Serbia, Lituania, Francia, Italia: quattro paesi, un gruppo di giovani e due settimane in un castello nel centro della Francia. È qui che è partito “Color the World”, lo scambio giovanile organizzato da Solidarités Jeunesses, a cui hanno preso parte anche sei giovani volontari3 di Lunaria: Fabiana, Flavia, Chiara, Lorenzo B, Lorenzo C e Noéllie.
L’arte come mezzo di espressione
“Color the World”, come ci indica il nome, ha messo la creazione artistica al centro di ogni giornata, non come semplice intrattenimento ma come metodo di lavoro e di comunicazione. L3 partecipanti hanno dipinto le pareti della doccia, decorato le porte delle camere del castello e realizzato diverse installazioni da appendere nella serra del giardino. Ogni spazio comune è diventato una tela bianca pronta per essere decorata collettivamente. Il risultato tangibile di un lavoro durato due settimane, in cui un gruppo di sconoscuti, grazie allo scambio di tecniche artistiche e idee, è diventato una piccola comunità.
Ma l’arte non si è fermata alla pittura. Le serate del progetto sono state animate da momenti performativi veri e propri: ogni gruppo ha presentato il proprio paese e la propria cultura, e in un’occasione è stata organizzata una sfilata di moda ispirata proprio al tema “Color the World”. Musica, teatro, travestimenti: strumenti utili a raccontarsi senza dover necessariamente tradurre tutto in inglese.
La lingua che non ha bisogno di parole
Per molt3 partecipanti, il momento più rivelatore è stato scoprire che disegnare, cantare, ballare insieme a uno sconosciuto crea una connessione che il linguaggio verbale, da solo, non riesce a raggiungere.
Flavia, colpita dal potere comunicativo dell’arte, lo racconta così:
«Ho scoperto che ognuno di noi ha un mondo dentro e che è possibile comunicarlo e mostrarlo agli altri anche se non si parla la stessa lingua. Disegnare, pitturare, cantare, ballare tutti insieme ci hanno unito. Esistono varie forme di comunicazione e credo che in questo viaggio la più potente è stata quella non verbale. Condividere un’attività estremamente creativa con uno sconosciuto ti fa conoscere meglio, ti mette alla prova e ti mette in contatto con l’altra cultura. Ho scoperto le abitudini, i cibi, i modi di fare e di dire della cultura serba, lituana, francese e ne sono uscita arricchita, con la mente ancora più aperta di prima. L’incontro con l’Altro modella il pensiero e ci fa crescere.»
Non è un piccolo dettaglio, soprattutto quando la barriera linguistica si fa sentire: pur padroneggiando un inglese sufficiente, non sempre si riesce a dare la giusta sfumatura alle parole. È proprio in quei momenti di incomprensione che il gruppo ha trovato nell’arte un linguaggio comune.
Ritrovare un lato di sé che si era perso
Per diverse persone del gruppo, il progetto è stato anche l’occasione per riconciliarsi con una creatività messa da parte da anni. Flavia lo racconta senza giri di parole: “Mi dico sempre ‘sono stonata’, ‘non so disegnare’, e alla fine finisco per non coltivare il mio lato creativo. Per fortuna non è mai troppo tardi”.
Il messaggio che torna più spesso nei racconti dell3 partecipanti è semplice: non serve un’accademia per essere un’artista. Serve solo un contesto libero dal giudizio, dove sperimentare senza la pressione di dover produrre un capolavoro.
L’arte come pratica politica
Dietro la leggerezza dei colori e delle serate a tema, c’è una scelta molto precisa: usare la creatività come strumento di incontro tra culture diverse, in un momento in cui i confini vengono spesso raccontati come barriere invalicabili. Fare arte insieme, con diversi background, lingue e situazioni politiche, significa scegliere la creazione condivisa come forma di dialogo che non ha bisogno di traduzioni.
Un’esperienza profonda di confronto collettivo e crescita personale, sintetizzata perfettamente così:
«Rapportarmi con un intero gruppo di giovani provenienti da altri paesi è stato allo stesso tempo un percorso ad ostacoli e una caccia al tesoro: da un lato, la barriera linguistica non è semplice da abbattere; pur padroneggiando la lingua inglese, spesso non si riesce a dare la giusta sfumatura alle parole e si rischia di essere fraintesi o non essere compresi affatto. Un altro gradino in salita sono state le differenti situazioni politiche degli altri paesi; quello che a noi sembra scontato o acquisito da decenni, in Serbia o in Lituania è una novità o un obiettivo da raggiungere. Questo mi ha mostrato senza fronzoli il privilegio che porto sulle spalle, da italiana.»
Riconoscere i propri privilegi e trovare un terreno comune è stato forse il vero valore di “Color the World”. Un’esperienza che lascia molto più di qualche muro dipinto. Lascia la certezza che l’arte sa superare i confini e che l’incontro tra culture diverse, alla fine, ti cambia davvero la prospettiva.


