C’è un’età in cui il mondo comincia a chiederti di scegliere. Non in modo esplicito, nessunə ti convoca e ti dice: adesso basta con le avventure, adesso inizia la vita vera. Ma la pressione c’è, ed è sottile, costante, fatta di domande che sembrano innocue: hai trovato qualcosa di stabile? stai mettendo radici? non è ora di sistemarsi?
Tra i 18 e i 30 anni succede qualcosa di strano e preciso: sei abbastanza adultə da poter fare scelte vere, ma abbastanza giovane da non sapere se la traiettoria che stai seguendo sia quella che fa per te. È la finestra. Non quella dell’adolescenza, non ancora quella dei compromessi obbligati. È il momento in cui si può ancora scegliere di uscire dalla traiettoria già segnata.
Dascia, Sambath, Daniele, Giulia ed Edoardo quella finestra l’hanno usata. Ognunə a modo suo, ognunə partendo da un posto diverso.
Prima di partire
Nessunə di loro parte da una certezza. Partono, semmai, da una mancanza.
“Non avevo davanti qualcosa che mi entusiasmasse davvero. L’alternativa era la classica estate già scritta, prevedibile, fatta di abitudini che si ripetono con lo stesso gruppo di sempre.” Sambath ha 20 anni la prima volta. Non cerca un’avventura, cerca qualcosa che non sia già deciso in partenza. “Volevo mettermi in una situazione nuova, dove non conosci nessuno, non hai i tuoi punti di riferimento, e sei costretto a riscoprire te stesso.”
Dascia parte da qualcosa di più pesante. “Non ho una famiglia facile, e il mio rapporto con mio padre logora molto il mio essere. Prima di partire ero in una relazione che mi annullava completamente.” Eppure parte. “La fame di vita che ho non mi ha mai permesso di arrendermi.” Manda la richiesta per due campi contemporaneamente, Islanda e Messico, senza aver mai viaggiato fuori dall’Europa, senza passaporto.
Lorenzo aveva 19 anni quando ha fatto il primo campo lo chiama “un esperimento di autenticità”. “Sentivo un forte richiamo verso l’ignoto, qualcosa di altro da me, nella speranza di trovarci una misura per me stesso.” Arrivato al campo si dà il permesso di esistere così come si sente di essere. “Sono stato bene con me stesso e con le altre persone del campo e ho vissuto momenti di grande intensità.” Un momento della vita molto complesso, ricordato oggi come un bellissimo momento di scoperta
Daniele invece parte esausto. Un anno e mezzo di pendolarismo Milano-Cremona, “mesi durissimi, che mi hanno messo alla prova a livello fisico ed emotivo.” Ha bisogno di ritrovare respiro, di esperienze forti. Il campo arriva nel momento giusto, e durante quelle settimane in Armenia riceve anche un’offerta di lavoro per il Lussemburgo. “Al workcamp ci sono arrivato stanco , svuotato, ma sono rinato.“
Quello che succede dentro
I workcamps non sono una vacanza. Non perché siano faticosi, un po’ lo sono, ma non è questo il punto. Sono qualcosa di più strano e più raro: un contesto in cui devi essere te stessə senza le protezioni abituali. Senza il gruppo di sempre, senza la lingua madre, senza il ruolo che hai costruito nel tempo. Resti tu, e basta.
“Ti trovi a vivere con persone che arrivano da contesti completamente diversi,” dice Sambath. “In poco tempo impari a comunicare, ad adattarti, a costruire qualcosa insieme. All’inizio parti da solo, con te stesso. Poi piano piano nasce un gruppo.”
Daniele lo racconta con una precisione che non lascia spazio all’ambiguità: “Ognuno, con la sua presenza e il suo sostegno, mi ha fatto sentire accolto e protetto. Ho stretto legami di amicizia che porterò sempre con me.” Esce dal campo con dentro qualcosa di concreto, la forza per affrontare il passo successivo.
Dascia racconta di un ragazzo di 25 anni che parlava solo spagnolo, con cui nessunə riusciva a comunicare a parole. Alla fine del campo lascia una lettera per ognunə. Nella sua c’è scritto: “Grazie per avermi aiutato a uscire dalla depressione.” Non lo aveva cercato. Era successo, come succedono le cose quando si vive davvero vicini.
“Ho stretto amicizie che non avrei mai stretto diversamente,” dice Edoardo, “per via delle distanze geografiche e della probabilità. Sono amicizie diverse dalle altre, perché sono nate vivendo e lavorando insieme.” E poi aggiunge, quasi di passaggio: “La mia attuale ragazza l’ho conosciuta a un campo di volontariato.“
Il mondo che cambia intorno
C’è un paradosso che chi fa questi campi da adultə conosce bene: crescendo, le aspettative degli altri vanno in una direzione, e forse tu vorresti andare nell’altra.
L’immaginario collettivo vuole il workcamp come esperienza adolescenziale, qualcosa da fare prima della vita vera. Ma Giulia, che di campi ne ha fatti sei in tre continenti e ha appena comprato i biglietti per il Vietnam a 31 anni, smonta questa narrazioone. “A volte crediamo di volere stabilità solo perché la gente intorno a noi ce lo ripete come un mantra. Non abbiate paura di prendere un sentiero diverso: solo perché nessuno l’ha fatto, non vuol dire che non possiamo essere noi i primi.”
“A 23 anni cominciavano già le critiche: ‘Eh, ma poi ti stuferai’, ‘dopo una certa età vorrai stabilità’.” Giulia le ha sentite tutte. A 28 anni, quando ha comunicato alla famiglia che ripartiva per nove mesi in Spagna col Corpo Europeo di Solidarietà, la domanda era: “Non sarebbe meglio fare punti per il posto fisso?”
Sambath lo dice in modo diretto: “In un mondo che tende a chiuderci, a renderci spettatori, decidere di partire, di incontrare l’altro, è quasi una presa di posizione.” Non è retorica. È la descrizione precisa di qualcosa che si vive: scegliere di mettersi a disposizione di una comunità lontana, di lavorare fianco a fianco con persone che non si conoscono, di scegliere l’incontro invece dell’isolamento, non è una cosa da fare prima di crescere. È esattamente quello che significa essere adultə nel mondo oggi.
Dopo
“In Islanda ho scoperto chi sono. In Messico come voglio che sia la mia vita.” Dascia si trasferisce in Messico. Non per il campo, grazie al campo.
Daniele parte per il Lussemburgo. “Con dentro la forza che ho ritrovato, nuove amicizie solide, la mia prima volta in Asia e la volontà di raccontare la storia di un Paese che troppo spesso viene dimenticato.” Il campo non gli ha dato una risposta, gli ha dato la forza per affrontare il passo successivo.
Sambath al suo terzo campo pensa già a diventare camp leader. “Ogni volta è stato un passo in più nel mettermi in gioco.”
Giulia non si ferma. “Quando i workcamps finiscono, mi invento altro. Fermarmi è inconcepibile.“
Edoardo esce da un campo con un nuovo amore che ancora oggi dura.
Nessunə di loro stava cercando tutto questo. Ognunə ha trovato qualcosa che non sapeva di cercare, perché aveva avuto il coraggio, come dice Sambath citando il suo personaggio preferito di One Piece, “di andarselo a cercare e conquistarlo.”
La finestra è aperta. Fin quando lo è, vale la pena usarla.
Ringraziamo Dascia, Lorenzo, Giulia, Daniele, Sambath ed Edoardo e di chi come loro ha condiviso la sua esperienza e ci ha donato racconti pieni di onestà, voglia di vivere ed energia.


