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Ottocentotrentanove ragioni per fare un workcamp nel 2026

06/02/2026

23 Febbraio 2026

385 volontari arrivati in Italia da tutto il mondo. 454 partiti verso il mondo con noi. Il 93% lo consiglierebbe agli amici. Il 72% vuole ripartire subito. Ecco cosa è successo davvero.

“Indimenticabile. Appena arrivato non avrei mai pensato di trovare un gruppo così unito nonostante le diversità culturali. Credo sia stata l’esperienza migliore della mia vita fino ad ora.”

Quando leggi una frase così potrebbe essere l’eccezione. Ma quando centinaia di giovani rispondono ai nostri questionati post-esperienza, tre su quattro vogliono ripartire, nove su dieci lo consigliano ad amiche e amici, capisci che non è fortuna. È qualcosa che funziona.

Nel 2025, 454 giovani italiani verso il mondo, 385 volontari internazionali nei nostri campi. Spagnoli, francesi, tedeschi, ucraini, russi, armeni, spagnoli, giapponesi, coreani. In totale: 839 persone. Non il record assoluto, quello resta del 2019, ma ci siamo tornati vicinissimi.

Non è solo una questione di numeri. È la continuazione di una visione che ha centocinque anni: il volontariato internazionale come strumento di pace, riconciliazione e alternativa concreta alla logica della guerra.

Due destinazioni per una stessa missione

Quasi tutti lo consigliano agli amici. E infatti il 56,5% dei nuovi volontari arriva dal passaparola. Il circolo virtuoso si autoalimenta, cosa molto importante per noi che non possiamo (e non vogliamo!) spendere soldi in pubblicità e marketing aggressivo.

Nel 2025 perfetta parità di genere tra chi è partito: 277 ragazze, 277 ragazzi. Per la prima volta. Smontiamo gli stereotipi, un piccolo ma significativo passo verso la decostruzione di modelli di mascolinità basati sulla competizione e l’individualismo.

E poi ci sono i 385 volontari internazionali accolti in Italia nei nostri 35 progetti. “The group was amazing, we became a family”, scrive un tedesco che ha parteciato ad un campo a Carsoli. “The camp leaders were fantastic”, racconta una francese. “I loved the environmental practices – it wasn’t just talk, we really lived it”, dice uno spagnolo.

Le motivazioni sono identiche da entrambe le parti: conoscere e lavorare con persone da tutto il mondo, sentirsi socialmente utili, imparare facendo. Non turismo, non risparmio, ma costruire relazioni che attraversano i confini.

Costruiamo la pace, un campo alla volta

Nel 1920, a Verdun, sul confine tra Francia e Germania l’ingegnere svizzero Pierre Cérésole riunì giovani francesi e tedeschi per ricostruire insieme un villaggio distrutto. Non carità, ma atto politico radicale: la cooperazione può sostituire il conflitto. Centocinque anni dopo, continuiamo quella missione. In due direzioni.

In un’epoca di nuove guerre, muri, narrazioni nazionaliste, retoriche patriarcali che vorrebbero i giovani competitivi, “tosti” e isolati, i nostri workcamp sono spazi di resistenza concreta. Vivere insieme, lavorare insieme, scoprire che chi è diversa o diverso da noi non è minaccia ma scoperta e speranza di futuro.

Perché in quelle relazioni c’è qualcosa di profondamente politico.

Oltre la narrazione tossica

“Conoscere persone da così lontano mi ha aiutato a cancellare i pregiudizi”, scrive un volontario dopo un campo in Estonia. “In Roccantica people opened their houses, the mayor thanked us. We felt welcome”, racconta chi è arrivato in Italia.

Questa generazione cresce con una narrazione che la vuole spaventata, egoista, sola. Gli schermi raccontano divisione, competizione, minacce. Il discorso dominante, patriarcale, bellico, nazionalista, propone modelli basati su violenza, dominio e chiusura.

I workcamp offrono l’opposto. Non proclami, ma gesti concreti: cucinare insieme, costruire insieme, scoprire che la vulnerabilità non è debolezza, che la cura reciproca è forza.

“Abbiamo usato la parola ‘familia’”, racconta un volontario. Quella parola torna spesso, in italiano e inglese. È quello che succede quando costruisci relazioni basate sulla solidarietà, non sulla competizione.

Francia (97 volontari), Germania (79), Spagna (53) restano le mete preferite di chi parte, ma la sorpresa è l’Estonia: 57 partecipanti, +30%. E il 5,5% ha scelto campi fuori Europa: Nepal, Tanzania, India, Messico, Giappone. Prima della pandemia era il 15%. Stiamo tornando a guardare lontano. Circa un terzo di chi parte è minorenne, sui progetti pensati per i teenagers.

Quando il gruppo diventa “familia”

Il primo giorno è sempre lo stesso. Arrivi con lo zaino, non conosci nessuno, ti chiedi: “Ma che ci faccio qui?”. Poi qualcosa accade. E alla fine piangi quando devi salutare.

L’80% valuta il rapporto nel gruppo come molto positivo. Metti insieme persone da paesi diversi, lingue diverse, per due settimane di lavoro fisico. Potrebbe andare malissimo. E invece funziona.

Perché? I workcamp creano condizioni diverse da quelle quotidiane. Niente gerarchia rigida, niente competizione, niente obbligo di mostrarsi perfetti. C’è lavoro condiviso, stanchezza condivisa, la scoperta che abbiamo tutti bisogno degli altri.

“Tutti e 12 siamo diventati amici, andando oltre le barriere linguistiche”, scrive una ragazza dalla Francia. “The group was so cohesive. I still keep in touch”, fa eco un tedesco dall’Italia.

Certo, non sempre è facile. Ma i problemi sono eccezioni. La regola è che il gruppo funziona e diventa laboratorio di cittadinanza attiva.

Il lavoro che dà senso

In Italia: palchi per festival, recupero ambientale, supporto a borghi a rischio spopolamento. “It was amazing to see the impact of our work”, scrive un volontario. All’estero: tartarughe marine in Grecia, scuole in Tanzania, scavi in Turchia, bambini rifugiati in Belgio, carpenteria in Francia, biodiversità in Spagna.

Il 57% valuta le attività come estremamente utili. Progetti con impatto concreto, che rispondono a bisogni reali, che costruiscono competenze importanti, nella vita sociale e nel lavoro futuro.

“Ho appreso molto”, “Ho imparato nozioni di carpenteria”, “Il nostro lavoro ha impattato sulla comunità” – sono alcune voci. Learning by doing: imparare attraverso l’azione. Non assistenzialismo, ma solidarietà attiva. “Se sei venuto qui per aiutarmi, stai perdendo tempo. Ma se la tua liberazione è legata alla mia, lavoriamo insieme.” è uno dei principi del volontariato internazionale, espressi da un’attivista aborigeno.

L’esperienza che ci rende affidabili

Trentadue anni di campi in Italia ci hanno insegnato come formare camp leader, creare gruppi coesi, bilanciare lavoro e tempo libero, integrare i campi nelle comunità, garantire pratiche ambientali credibili.

I volontari internazionali lo confermano. Quattro su cinque soddisfatti dei camp leader. L’85% apprezza le pratiche ambientali – non parole, azioni: raccolta differenziata, risparmio idrico, cibo locale.

Non siamo perfetti, ma la capacità di creare esperienze significative e sicure è consolidata.

Questa affidabilità è la nostra garanzia quando accompagniamo giovani verso il mondo. Non siamo un’agenzia che vende pacchetti, ma un’organizzazione con visione politica chiara – pace, giustizia sociale, intercultura – e capacità concreta di realizzarla con una rete di partners che conosciamo da tanto tempo e che incontriamo almeno due volte l’anno, di persona.

Quando un genitore ci affida un figlio, sa che abbiamo camp leader formati, procedure testate. Quando un giovane ci sceglie, è spesso perché glielo ha consigliato un amico. E quel passaparola funziona.

I problemi che ci indicano come migliorare

Sarebbe facile raccontare solo le storie belle. Ma non sarebbe onesto, e soprattutto non sarebbe coerente con i nostri principi. La trasparenza, il dialogo franco, la capacità di accogliere la critica sono parte del nostro approccio pedagogico.

Nei campi all’estero il tema più critico restano vitto e alloggio: il 39% esprime un certa insoddisfazione. Forse siamo abituati bene. Ma tende che perdono quando piove, cibo a volte insufficiente, condizioni igieniche non sempre adeguate, non sono dettagli: sono questioni che affrontiamo caso per caso con i partners per migliorare anno dopo anno.

Anche sui camp leader all’estero c’è spazio di miglioramento. Il 44% dà il massimo dei voti – segno che quando sono bravi, trasformano l’esperienza. Ma il 14% è insoddisfatto, soprattutto per barriere linguistiche o incapacità di gestire le dinamiche di gruppo. I camp leaders italiani sono invece apprezzati da quasi tutti, 84 su 100 danno valutazione eccellente.

Per il 2026 sappiamo esattamente cosa fare: rafforzare con i partner la formazione dei camp leader, essere trasparenti. Non per nascondere i problemi, ma per risolverli. Certo, una certa dose di flessibilità viene richiesta a chi partecipa ai campi, che non sono vacanze economiche e sono organizzati spesso in confidizioni non semplici dalle comunità locali. Ci siamo già attivati con un progetto europeo coordinato da Lunaria proprio su questo: come rendere i nostri progetti più inclusivi, accoglienti, sicuri.

Cosa resta quando torni?

“È stata una delle esperienze più belle della mia vita. In quelle due settimane mi sono divertita, emozionata, ho conosciuto nuovi posti, nuove persone, nuove storie. Un’esperienza che consiglierei sinceramente ad ogni giovane, da fare almeno una volta nella vita.”

Alla fine resta la sensazione di aver vissuto qualcosa di importante. Di essere trasformati e di aver trasformato. Di aver scoperto che il mondo è più accessibile e accogliente di quanto sembri.

Resta la scoperta che esistono modi diversi di stare insieme, che la competizione non è l’unica forma di relazione possibile, che la vulnerabilità condivisa è forza collettiva. Piccole rivoluzioni personali che, moltiplicate per 839, diventano un comunità di giovani che hanno sperimentato un’alternativa.

Il 36% vuole fare esperienze più lunghe: volontariato da 1 a 12 mesi. I workcamp sono l’assaggio che fa venire voglia di più. Il 44% è disponibile a raccontare l’esperienza in pubblico. Il 27% a supportare futuri volontari. Quando un’esperienza ti cambia, vuoi condividerla.

“Davvero incredibile, non pensavo di trovarmi così bene in un paese straniero. Ho stretto forti legami con gente di tutto il mondo. Lo rifarei 100 volte.”

Guardando avanti

Il 2025 ci ha riportati vicini ai numeri pre-pandemia: 839 persone, perfetta parità di genere, 72% che vuole ripartire, 93% che consiglierebbe l’esperienza. La sfida 2026: trasformare quel 72% in 80%, quel 93% in 97%. Alzare gli standard, essere più esigenti, investire nella formazione.

Ma la sfida più grande è difendere questi spazi di sperimentazione di relazioni non patriarcali, non competitive, non nazionaliste in un mondo che spinge nella direzione opposta. Ogni workcamp è un atto di resistenza. Ogni giovane che torna e dice “possiamo vivere diversamente” è un seme di trasformazione.

Perché questi giovani, gli 839 del 2025 e gli oltre novecento che speriamo nel 2026, si meritano il meglio. Si meritano di scoprire che, come scriveva Cérésole, la pace non è solo assenza di guerra: è costruzione attiva di relazioni giuste, solidali, umane.

Si meritano di tornare a casa e dire, come moltissime testimonianze ci hanno confermato: “È stata l’esperienza migliore della mia vita.”

Dal 5 marzo sarà possibile scoprire il nuovo programma e iscriversi!

Questo articolo si basa sui report di 312 questionari di valutazione: 174 compilati dai volontari italiani partiti all’estero e 138 compilati dai volontari internazionali arrivati nei nostri campi in Italia. Ogni dato, ogni citazione, ogni storia è reale. Perché i numeri contano, ma le persone – e i principi che guidano il nostro lavoro – contano di più.

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