L’approccio pedagogico di Lunaria non è nato da un giorno all’altro, né è il frutto del lavoro di poche persone chiuse in una stanza. È il risultato di un percorso collettivo, stratificato e partecipato e che coinvolge l’intera comunità di Lunaria, da chi coordina i campi a chi fa formazione, da chi facilita i gruppi giovanili a chi partecipa ai movimenti e alle reti, fino a chi prende parte alle nostre attività. Dopo più di trenta anni, abbiamo dunque deciso di mettere nero su bianco i principi e le finalità del nostro modo di “educare”.
Un processo che viene da lontano
Le prime riflessioni sono emerse nelle assemblee degli ultimi anni. Durante questi momenti di confronto collettivo, è emersa sempre più forte l’esigenza di esplicitare e condividere i principi che guidano il lavoro educativo quotidiano dell’associazione. Cosa significa “educare” per Lunaria? Quali principi vogliamo trasmettere? Come li trasformiamo in pratiche concrete? Domande apparentemente semplici, ma che hanno aperto discussioni profonde e necessarie. Ci siamo res* conto che dopo più di 30 anni di attività, portavamo avanti un approccio pedagogico ricco e strutturato, radicato in una storia importante e nobile, quella del servizio volontario internazionale e dell’educazione popolare, ma che spesso restava implicito, affidato alla pratica e alla tradizione orale.
Il passo successivo è stato creare dei tavoli di lavoro tematici che hanno coinvolto persone provenienti dai diversi gruppi di lavoro dello staff: chi si occupa di campi di volontariato, chi coordina scambi giovanili, chi lavora sui progetti antirazzisti, chi gestisce i training course. Ogni area portava esperienze, linguaggi e metodologie diverse, ma tutte animate dagli stessi valori fondanti. È stato un lavoro di tessitura paziente: raccogliere le pratiche, confrontare gli approcci, trovare le parole comuni. Abbiamo scoperto che, pur lavorando su progetti molto diversi, stavamo applicando gli stessi principi pedagogici: l’educazione partecipata, lo sguardo intersezionale, il dialogo interculturale, la costruzione di spazi orizzontali.
Durante questi tavoli sono emerse anche criticità e contraddizioni. Come garantire davvero l’accessibilità? Come evitare di riprodurre dinamiche di potere anche nei nostri spazi educativi? Come decolonizzare per davvero il nostro sguardo? Queste domande non hanno trovato risposte definitive, ma hanno arricchito il processo, rendendolo più onesto e autocritico. E ci consegnano nuovo lavoro per il futuro.
Le voci dal campo
Parallelamente, abbiamo dato spazio ai feedback preziosi dalle esperienze sul campo. Chi fa formazione nei training course condivide con noi riflessioni sulle metodologie partecipative e sui bisogni formativi emergenti. Chi coordina i workcamps e accompagna i gruppi degli scambi giovanili ci ha raccontato di come le persone partecipanti reagiscono ai laboratori non formali e alla condivisione interculturale, di cosa funziona e cosa andrebbe ripensato. Chi è impegnato nelle campagne antirazziste ha portato la propria esperienza di lavoro nei movimenti e di costruzione di contro-narrazioni. Ogni gruppo ha contribuito con il proprio sguardo specifico, arricchendo il documento con esempi concreti, domande provocatorie, suggerimenti metodologici. Il manifesto, così, non è rimasto un testo astratto, ma si è nutrito della pratica quotidiana, delle difficoltà reali, dei successi e delle difficili sfide che viviamo ogni giorno.
Un documento vivo e in evoluzione
Il risultato di questo percorso è il Manifesto che oggi presentiamo. Ma sarebbe un errore pensarlo come un punto di arrivo. È piuttosto una fotografia di dove siamo oggi, una dichiarazione di intenti in un mondo che sembra scivolare verso la normalizzazione del discorso bellico e patriarcale, uno strumento di lavoro per continuare a coltivare speranza e voglia di trasformare il mondo. Il Manifesto sarà utilizzato nei percorsi di formazione per chi coordina i campi, discusso nei training course, condiviso con i partner europei, ma soprattutto continuerà a essere messo alla prova ogni giorno nelle nostre attività. Perché educare, per noi, significa anche accettare di essere costantemente in discussione, di mettersi in gioco, di imparare dagli errori.
L’impegno continua
Questo Manifesto rappresenta anche un impegno preciso per tutte le persone che fanno parte della comunità di Lunaria. Chiediamo a chi coordina i workcamps di portare questi principi sul campo, di creare spazi davvero inclusivi e orizzontali. Chiediamo a chi fa formazione di incarnare questi principi nelle metodologie che propone e negli spazi formativi che costruisce. Chiediamo a chi attiva di continuare a guardare il mondo con occhi critici e intersezionali. E chiediamo a tutt* di continuare a interrogarci, a darci feedback, a segnalarci quando non siamo coerenti con i principi che dichiariamo. Perché un manifesto pedagogico ha senso solo se diventa pratica viva, se si traduce in relazioni autentiche, se genera davvero cambiamento.
Verso il futuro
Il percorso verso questo Manifesto è stato lungo e collettivo. La strada non finisce qui. Anzi, in un certo senso, ricomincia ogni giorno. Ricomincia ogni volta che inizia workcamp, ogni volta che si progetta un training, ogni volta che si costruisce una campagna, ogni volta che una persona partecipa a una delle nostre attività e porta con sé la propria esperienza unica. Perché alla fine, è questo che significa educare insieme: costruire, giorno dopo giorno, esperienze dopo esperienza, uno spazio dove tutte le voci contano, dove tutti possono imparare e insegnare, dove è possibile immaginare e costruire un mondo più giusto. Il Manifesto è uno strumento in questo cammino.
Un cammino che continua, stratificato, collettivo, sempre in movimento. Come Lunaria stessa, da 34 anni.
Marcello Mariuzzo, presidente di Lunaria


