Migrazioni, News

Gli eterni ritorni: Sartori sulla cittadinanza

27/01/2012

Qualche tempo fa un liceo romano ci ha invitati a partecipare a un incontro sul razzismo. Abbiamo discusso insieme a una quarantina di ragazze e ragazzi per circa due ore. Come spesso accade, con qualcuno ci siamo soffermati a parlare anche dopo la fine dell’incontro. Solo in quel momento, per caso, abbiamo scoperto che due delle ragazze più partecipative erano di origine straniera.

Qualche tempo fa un liceo romano ci ha invitati a partecipare a un incontro sul razzismo. Abbiamo discusso insieme a una quarantina di ragazze e ragazzi per circa due ore. Come spesso accade, con qualcuno ci siamo soffermati a parlare anche dopo la fine dell’incontro. Solo in quel momento, per caso, abbiamo scoperto che due delle ragazze più partecipative erano di origine straniera.
Per un anno una 25enne di origine peruviana ha partecipato a un progetto di Servizio Civile Volontario presso la nostra associazione: ha potuto farlo perché ha la cittadinanza italiana. La differenza tra i diritti e le opportunità riconosciuti alle une e all’altra è in gran parte segnata da un atto formale, la titolarità o meno della cittadinanza italiana.
Ci è venuto in mente questo ieri leggendo il Corriere della Sera che è sceso in campo contro la riforma della legge sulla cittadinanza. Sulla carta stampata la prima pagina ospitava un editoriale di Giovanni Sartori; all’interno un articolo di Eva Cantarella di cui è sufficiente riportare il titolo “Il diritto di sangue, la lezione dell’antica Roma”. Sulla home page del sito dell’edizione on line ha avuto grande risalto la lettera di protesta del Sindaco del Comune di Adro indirizzata al Presidente della Repubblica, reo di aver nominato cavaliere l’imprenditore che nell’aprile 2010 decise di garantire con una donazione l’accesso al servizio di mensa dei bambini della scuola elementare che ne erano stati esclusi in quanto figli di genitori “inadempienti”.
Il prof. Sartori gode di una certa autorevolezza presso l’opinione pubblica e non va sottovalutata la sua capacità di influenzare i decisori politici. Va innanzitutto osservato, sul piano lessicale, il ricorso al linguaggio della paura: viene evocato il pericolo di “migrazioni bibliche”, Inghilterra e Francia sarebbero i paesi più «invasi» da un’immigrazione che rifiuta “i valori etico-politici dell’occidente”; lo spettro di una “saturazione invalicabile” consiglierebbe di inventare una formula alquanto bizzarra, quella della “residenza permanente ereditaria”: soluzione che, secondo Sartori, consentirebbe di chiudere una volta per tutte la questione di una riforma della legge sulla cittadinanza il cui riconoscimento aprirebbe le porte all’esercizio del voto a persone che evidentemente non sono considerate degne di partecipare alle scelte che le riguardano. L’esercizio del voto aprirebbe la strada, secondo il professore, al “controllo” del paese da parte di un partito “islamofobo” (una traccia di islamofobia non poteva mancare) o comunque “loro”.
Impressiona il fatto che mentre la società italiana cambia, commentatori influenti, lontani dalle strade e dai luoghi dove le persone vivono, studiano, lavorano, amano, si divertono, si incontrano, restino imprigionati nelle loro rappresentazioni aprioristiche e le motivino riproponendo schemi di ragionamento e pregiudizi antichi.
Perché e in base a quale principio le due ragazze di cui parlavamo all’inizio non dovrebbero essere considerate cittadine italiane? E perché spaventa così tanto che in futuro parte della società italiana possa essere composta da uomini e donne che professano una religione diversa da quella cattolica?
A chi giova continuare ad agitare lo spettro di flussi migratori incontenibili e prevalentemente diretti verso l’Europa quando così non è? Ma, soprattutto, l’immagine di un mondo composto da individui rigidamente differenziati in base all’origine nazionale propria o delle loro famiglie o in base alle loro pratiche religiose o culturali non risponde a ciò che vediamo e viviamo ogni giorno. Cambiamo tutti e tutte quotidianamente, ci contaminiamo reciprocamente, perché esistiamo esattamente in quanto ci relazioniamo con chi incontriamo sulla nostra strada. L’esistenza di separazioni nette e irriducibili tra una persona e l’altra, tra un gruppo e l’altro è un’immagine distorta, artificiosa della realtà, uno specchio maligno che trova purtroppo ancora il suo riflesso nella legislazione sulla cittadinanza e sul diritto di voto nonché sulle norme che regolano l’ingresso e il soggiorno dei migranti nel nostro paese.
La società italiana è molto più lungimirante degli “esperti” che scrivono sul Corriere della Sera. Come ha detto un’esile e lucida signora ottantenne che sabato scorso ha firmato le due proposte di legge di iniziativa popolare proposte da L’Italia sono anch’io: “Chi ci governa non ha ancora capito. Siamo tutti figli di Dio”. Noi da laici ci limitiamo a dire che la cittadinanza è un insieme di relazioni umane, sociali, istituzionali che costituiscono il vissuto delle persone che abitano in un territorio determinato. Ma quando se ne accorgerà anche il Corriere della Sera?
Per un anno una 25enne di origine peruviana ha partecipato a un progetto di Servizio Civile Volontario presso la nostra associazione: ha potuto farlo perché ha la cittadinanza italiana. La differenza tra i diritti e le opportunità riconosciuti alle une e all’altra è in gran parte segnata da un atto formale, la titolarità o meno della cittadinanza italiana.
Ci è venuto in mente questo ieri leggendo il Corriere della Sera che è sceso in campo contro la riforma della legge sulla cittadinanza. Sulla carta stampata la prima pagina ospitava un editoriale di Giovanni Sartori; all’interno un articolo di Eva Cantarella di cui è sufficiente riportare il titolo “Il diritto di sangue, la lezione dell’antica Roma”. Sulla home page del sito dell’edizione on line ha avuto grande risalto la lettera di protesta del Sindaco del Comune di Adro indirizzata al Presidente della Repubblica, reo di aver nominato cavaliere l’imprenditore che nell’aprile 2010 decise di garantire con una donazione l’accesso al servizio di mensa dei bambini della scuola elementare che ne erano stati esclusi in quanto figli di genitori “inadempienti”.
Il prof. Sartori gode di una certa autorevolezza presso l’opinione pubblica e non va sottovalutata la sua capacità di influenzare i decisori politici. Va innanzitutto osservato, sul piano lessicale, il ricorso al linguaggio della paura: viene evocato il pericolo di “migrazioni bibliche”, Inghilterra e Francia sarebbero i paesi più «invasi» da un’immigrazione che rifiuta “i valori etico-politici dell’occidente”; lo spettro di una “saturazione invalicabile” consiglierebbe di inventare una formula alquanto bizzarra, quella della “residenza permanente ereditaria”: soluzione che, secondo Sartori, consentirebbe di chiudere una volta per tutte la questione di una riforma della legge sulla cittadinanza il cui riconoscimento aprirebbe le porte all’esercizio del voto a persone che evidentemente non sono considerate degne di partecipare alle scelte che le riguardano. L’esercizio del voto aprirebbe la strada, secondo il professore, al “controllo” del paese da parte di un partito “islamofobo” (una traccia di islamofobia non poteva mancare) o comunque “loro”.
Impressiona il fatto che mentre la società italiana cambia, commentatori influenti, lontani dalle strade e dai luoghi dove le persone vivono, studiano, lavorano, amano, si divertono, si incontrano, restino imprigionati nelle loro rappresentazioni aprioristiche e le motivino riproponendo schemi di ragionamento e pregiudizi antichi.
Perché e in base a quale principio le due ragazze di cui parlavamo all’inizio non dovrebbero essere considerate cittadine italiane? E perché spaventa così tanto che in futuro parte della società italiana possa essere composta da uomini e donne che professano una religione diversa da quella cattolica?
A chi giova continuare ad agitare lo spettro di flussi migratori incontenibili e prevalentemente diretti verso l’Europa quando così non è? Ma, soprattutto, l’immagine di un mondo composto da individui rigidamente differenziati in base all’origine nazionale propria o delle loro famiglie o in base alle loro pratiche religiose o culturali non risponde a ciò che vediamo e viviamo ogni giorno. Cambiamo tutti e tutte quotidianamente, ci contaminiamo reciprocamente, perché esistiamo esattamente in quanto ci relazioniamo con chi incontriamo sulla nostra strada. L’esistenza di separazioni nette e irriducibili tra una persona e l’altra, tra un gruppo e l’altro è un’immagine distorta, artificiosa della realtà, uno specchio maligno che trova purtroppo ancora il suo riflesso nella legislazione sulla cittadinanza e sul diritto di voto nonché sulle norme che regolano l’ingresso e il soggiorno dei migranti nel nostro paese.
La società italiana è molto più lungimirante degli “esperti” che scrivono sul Corriere della Sera. Come ha detto un’esile e lucida signora ottantenne che sabato scorso ha firmato le due proposte di legge di iniziativa popolare proposte da L’Italia sono anch’io: “Chi ci governa non ha ancora capito. Siamo tutti figli di Dio”. Noi da laici ci limitiamo a dire che la cittadinanza è un insieme di relazioni umane, sociali, istituzionali che costituiscono il vissuto delle persone che abitano in un territorio determinato. Ma quando se ne accorgerà anche il Corriere della Sera?

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